RESPONSABILITÀ SOCIALE E BILANCIO SOCIALE

di Fausto Pallarìa (BILL - BIBLIOTECA LUIGI LUZZATTI), dicembre 2007

 

  

Parole chiave: cooperative, piccole e medie imprese  (PMI), cultura corporativa, gestione partecipativa, responsabilità sociale e territoriale, bilancio sociale,

 

Autori citati: (tra gli altri) Marco Revelli,  Mario Viviani,  Duccio Bianchi, Daniela Mauri e Giuseppe Sammarco, Jörg Andriof e Chris Marsden

 

Soggetti: Commissione delle Comunità Europee,  Osservatorio sulle PMI europee, Cittadinanzattiva, Dutch Social and Economic Council, SCIC (Société Coopérative d’Intéret Collectivif)

 

Link: www.activecitizenship.net, www.ashridge.org.uk, www.bc.edu, www.business-impact.org, www.cittadinanzattiva.it, www.cjd.net, www.conference-board.org, www.csreurope.org/Matrix, www.detsocialeindeks.dk, www.environicsinternational.com, www.euronext.com, www.fabricaethica.it, www.goodcorporation.com, www.human-behaviors.org, www.ilo.org, www.innovation-partnership.org, www.pwblf.org, www.societyandbusiness.gov.uk, www.sricompass.org, www.sustainability.org, www.unglobalcompact.org, www.scic.coop

 

E' consentita la riproduzione e l'uso, anche parziale, del contenuto del sito, la sua diffusione per via telematica e uso personale dei lettori, purché non a scopo commerciale e citando la fonte

 

Già nel maggio del 2000 il Consiglio europeo di Lisbona[1] ha lanciato un appello al senso di responsabilità delle imprese nel settore sociale per le buone prassi legate all’istruzione e alla formazione lungo tutto l’arco della vita, all’organizzazione del lavoro, alla parità delle opportunità, all’inserimento sociale e allo sviluppo durevole.

 

Le imprese venivano espressamente chiamate a contribuire al raggiungimento dell’obiettivo strategico di fare dell’Europa «l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una crescita economica sostenibile accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo dell’occupazione e da una maggiore coesione sociale».

 

Il tema della RS è stato successivamente approfondito nell'ambito della più ampia strategia di sviluppo sostenibile approvata al summit di Goteborg del giugno 2001 (durante il quale è stato evidenziato come, nel lungo termine, crescita economica, coesione sociale e tutela dell'ambiente dovranno procedere di pari passo) e l’appello di Lisbona ripreso ed ampliato dalla Commissione Europea che, in particolare attraverso il Libro Verde, incoraggia le imprese ad assumersi di propria iniziativa responsabilità ambientali e sociali, accanto a quelle di carattere economico, nella convinzione che esse possano allo stesso tempo essere un incentivo alla produttività e alla redditività.

 

Lo sviluppo del sistema economico e produttivo ha fino a poco tempo fa enfatizzato gli aspetti legati alla redditività, alla efficienza tecnica e alla razionalizzazione produttiva, dimenticando troppo spesso che l’impresa è espressione della società in cui agisce e che deve rendere conto alla collettività del suo operare in maniera strutturata e descrittiva.

Oggi, nel momento in cui la crisi del welfare state coincide con un’evoluzione della global networked economy verso modelli di maggiore complessità e competitività, le imprese sono dunque chiamate a sviluppare nuovi modelli di attenzione alle dimensioni del sociale prendendo coscienza che l’operare in forma economicamente responsabile (producendo reddito) può e deve essere coniugato con l’agire in forma socialmente responsabile (tutelando i diritti degli stakeholder).

 

C’è del resto una crescente percezione tra le stesse imprese che il successo del business sostenibile e il valore azionario non può essere raggiunto solamente attraverso la massimizzazione dei profitti a breve termine ma anche attraverso comportamenti market-oriented e più responsabili.

Nel Libro Verde la Commissione sottolinea infatti come «un numero sempre maggiore di imprese europee promuove strategie di responsabilità sociale in risposta ad una serie di pressioni sociali, ambientali ed economiche (e) … in questo modo le imprese investono nel loro avvenire e sperano che il loro impegno volontario contribuirà ad aumentare la loro redditività»[2].

Esse sono sempre più coscienti che possono contribuire allo sviluppo sostenibile pianificando le loro operazioni ed attività in modo da migliorare la loro crescita economica ed aumentare la competitività garantendo nello stesso tempo la protezione dell’ambiente e la promozione della RS.

Ad ulteriore conferma di queste considerazioni, una interessante indagine dell’Osservatorio sulle PMI europee[3] – condotta su oltre 7.000 piccole e medie imprese europee – spiega che già il 50% di queste ultime conducono azioni responsabili a livello sociale ed ambientale per il beneficio dei loro stakeholder esterni.

Ciò che caratterizza il dibattito odierno sulla RS rispetto al passato è dunque il tentativo di gestirla strategicamente e di sviluppare strumenti in tal senso in un approccio di business che pone le aspettative degli stakeholder, ed il principio del miglioramento e dell’innovazione continui, al centro delle strategie commerciali.

 

Le imprese hanno interesse ad una società stabile e ben funzionante e la RS potrebbe contribuire notevolmente alla loro competitività nel mercato del lavoro in termini di organizzazione interna (lavoratori qualificati e motivati), di prodotti, servizi e politiche che guardano a nuove partnership, ispirate magari da motivazioni sociali ed ambientali oltre che commerciali, tra imprese, autorità pubbliche, ONG, mondo dell’istruzione e della formazione, ecc.

Responsabilità sociale, d’altronde, significa anche che le imprese hanno un impatto sulla società e che è nel loro stesso interesse comprendere fino in fondo cosa questo comporta.

L’approccio alla RS non prevede infatti incentivi o sanzioni per indurre o costringere le imprese a fare sforzi in questa direzione, né sottintende un idealismo naif da parte dell’imprenditore (con negative conseguenze per la salute del business) o lo sbarazzarsi dell’impegno nel sociale[4] da parte delle autorità pubbliche demandandolo interamente alle imprese[5].

Osserva in proposito Revelli che «la produzione sociale del sociale, per così dire, o sarà “voluta” o non sarà. O sarà il prodotto di una azione consapevole e consapevolmente orientata, o non avverrà per nulla,…»[6].

 

Secondo la Commissione Europea[7] c’è piuttosto «il bisogno di fornire alle imprese, ed in particolare alla PMI, consigli e strumenti che le rendano capaci di esporre in maniera efficace le loro politiche, i loro processi e le loro performance in relazione alla responsabilità sociale».

E questo è tanto più rilevante se si considera che nell’Area Economica Europea (EEA), inclusa la Svizzera, vi sono 20,5 milioni di imprese, che offrono impiego a 122 milioni di persone.

Circa il 93% di queste imprese sono micro (con addetti tra 0-9), il 6% sono piccole (10-49 addetti), meno dell’1% sono medie (50-249 addetti) e soltanto lo 0,2% sono grandi imprese (occupano più di 250 persone).

Di tutte queste imprese circa 20 milioni sono collocate all’interno dell’Unione Europea e, di media, un’impresa in Europa – anche includendo tutti i giganti europei – offre occupazione a 6 persone mentre la media per le PMI è di solo 4[8].

 

 

Dimensioni ed aspetti della responsabilità sociale

 

Come accennato, non vi è una singola e comunemente accettata definizione di responsabilità sociale delle imprese (RS), il che contribuisce ad una certa confusione in merito alle tematiche e alle azioni da considerare nel suo ambito[9].

 

In più ci sono un gran numero di termini correntemente usati che rimandano ad un concetto più allargato di RS e che sono altrettanto interessanti[10].

Una definizione di RS - cercando di cogliere tutti quegli aspetti specifici che la caratterizzano – può essere una che richiami ad un modello di impresa capace di “agire integrando volontariamente problematiche sociali ed ambientali[11] (nelle quotidiane operazioni di business/interazione con i propri interlocutori[12]) legate alle proprie principali attività commerciali (andando oltre la conformità alle norme già esistenti) e alla profittabilità (poiché non si può essere socialmente responsabili senza profitti[13])”[14].

 

Tale definizione in particolare evidenzia:

  • la natura volontaria della RS;

  • che non è sufficiente attenersi alla legislazione vigente ma è necessario andare oltre la conformità e investire più di quanto richiesto in risorse umane, ambiente e relazioni con gli interlocutori esterni;

  • che le attività socialmente responsabili devono essere legate alle principali strategie aziendali;

  • che perseguire la redditività è importante non solo per ricompensare gli investitori ma anche per offrire lavoro, migliori salari, pagare le tasse, sviluppare prodotti, investire in servizi, contribuire alla prosperità delle comunità in cui si opera[15].

 

Secondo Jörg Andriof e Chris Marsden[16], la RS «emerge da una profonda convinzione da parte dei leader di impresa che il business può e deve giocare un ruolo che va oltre il fare soldi».

 

In quattro aree (ambiente naturale, luogo di lavoro, comunità, mercato) le imprese sono «capaci di fare la differenza conducendo specifici programmi e operando attivamente nel monitorare e adottare un cambiamento sugli effetti delle loro attività. Il pensiero che guida le imprese coinvolte nell’ambito della RS rappresenta un punto di partenza importante da un modo tradizionale di fare business»[17]. In questa prospettiva, la RS è considerata un investimento non un mero costo, tanto più se si considera che oggi i cittadini e consumatori fanno maggiore attenzione evitando prodotti e servizi che ritengono socialmente irresponsabili (circa il 25% degli europei osserva che l’immagine sociale dell’impresa è un fattore “molto importante” quando decide di acquistare un prodotto o un servizio[18]).

 

La RS è inoltre legata ad altri significativi concetti quali:

  • sviluppo sostenibile[19], uno dei temi chiave richiamati dall’Unione Europea[20] nel giugno del 2001 al Summit di Goteborg[21] dove è stata lanciata la Strategia per lo Sviluppo Sostenibile[22] basata sull’idea che nel lungo periodo crescita economica, inclusione sociale e protezione ambientale dovranno procedere insieme. La RS può pertanto anche essere definita come il contributo del business allo sviluppo sostenibile, dove le responsabilità sociali ed ambientali non sono separate ma due facce della stessa medaglia[23];

  • approccio Triple Bottom Line, un termine coniato nel 1997 la cui idea principale[24] è che un’organizzazione per essere sostenibile deve: essere finanziariamente stabile (economia); minimizzare il suo impatto negativo sull’ambiente (ambiente naturale); agire in conformità con le aspettative sociali (società).

 

L’approccio della UE alla RS può inoltre essere chiarito prendendo in considerazione le molte iniziative ed organizzazioni internazionali correlate al commercio e allo sviluppo cooperativo (UN Global Compact[25], ILO’s Tripartite Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy[26], OECD Guidelines for Multinational Enterprises[27]) e altre definizioni possono far comprendere ulteriormente quanto complesso ed articolato sia il significato che viene di volta in volta attribuito al termine responsabilità sociale e con quanti e quali di solito essa viene identificata: 

  • la RS può essere considerata come l’insieme delle relazioni di una impresa con tutti i suoi stakeholder (termine che include clienti, dipendenti, comunità, proprietari/investitori, governi, fornitori e competitori). Gli elementi della RS comprendono infatti, secondo questo approccio, gli investimenti nella comunità, le relazioni con i dipendenti, la creazione ed il mantenimento dell’occupazione, la tutela ambientale e la performance finanziaria[28];

  •  la RS è definibile come impegnarsi nel business comportandosi eticamente e contribuire allo sviluppo economico migliorando la qualità della vita della forza lavoro e delle loro famiglie come anche della comunità locale e della società in generale[29].

 

C’è da aggiungere che il modello europeo di RS focalizza l’attenzione sull’integrare il core business di una impresa agendo in modo socialmente responsabile e arricchendolo con investimenti nelle comunità in operazioni concrete di business. La RS diventa così parte integrante del processo di creazione di ricchezza la quale, ben gestita, migliora la competitività dell’impresa e massimizza il valore stesso della ricchezza creata a favore della società. In questa ottica, anche in tempi difficili, una impresa è motivata a praticare la RS, addirittura più e meglio, mentre se essa viene considerata un puro esercizio filantropico, periferico al core business, sarà la prima “pratica” ad essere abbandonata[30]. Non bisogna dimenticare, infatti, che, «non c’è una dimensione buona per tutto»[31] e che ci saranno sempre differenti priorità e valori che determineranno come agire nel business.

 

 

Le problematiche emergenti ed il ruolo delle organizzazioni

 

Se adottare la RS è ormai percepito come un bisogno da parte delle imprese questo è dovuto anche alle istanze che provengono dai lavoratori, dai consumatori e dagli investitori che esercitano un ruolo chiave su aspetti fondamentali quali condizioni di lavoro, diritti umani ed ambientali, strategie finanziarie, ecc.

Ripensando alle pratiche di responsabilità sociale (al loro forte impatto sulla forza lavoro, al legame con gli investimenti nelle risorse umane in termini di sicurezza, salute dei lavoratori, cambiamenti del management, ri-organizzazione, ecc.) ed a quelle relative alla responsabilità ambientale (legate allo sviluppo locale, alla gestione di risorse naturali usate nella produzione, emissioni, rifiuti, ecc.) è evidente che il senso da attribuire alla RS diventa un passaggio critico importante per cogliere l’opportunità di gestire il cambiamento e conciliare lo sviluppo sociale con una più ampia competitività.

 

In questa prospettiva la RS acquista una dimensione allargata (interna ed esterna) che comprende l’impresa da una parte e, oltre a lavoratori ed azionisti, una gran numero di soggetti dall’altra: clienti, partner, fornitori, enti ed organizzazioni locali, istituzioni, associazioni ambientali e di consumatori, sindacati ed associazioni imprenditoriali, ecc. Il forte legame con il territorio e la reputazione ed immagine dell’imprenditore nella comunità locale, come datore di lavoro, produttore e protagonista della vita sociale ha d’altronde, ormai, una grande influenza sulla competitività delle imprese le quali, non a caso, sempre più si fanno promotrici di azioni significative[32] come sostenere le politiche che promuovono lo sviluppo degli investimenti socialmente responsabili[33]. La RS chiama in causa l’intero corporate management di una impresa così come gli stessi studiosi della materia che devono prodursi in uno sforzo congiunto per rendere comprensibili in particolare alle PMI, penalizzate sul piano delle risorse ma anche spesso non ben informate, i vantaggi che potrebbero derivare dalla adozione della RS.

 

Le forme di impegno concreto nella RS delle PMI possono del resto essere, così come già ampiamente dimostrato dal movimento cooperativo, varie e ampie: promuovere iniziative e collaborazioni in attività formative, supportare organizzazioni no profit a tutela dell’ambiente, assumere persone, fornire strutture alla collettività, avviare partnership locali, sponsorizzare eventi culturali e sportivi, fare donazioni, sviluppare il dialogo sociale interno, ecc. Così come tanti possono essere i benefici che ne possono derivare: promuovere la propria immagine aziendale, migliorare le condizioni di lavoro interne, partecipare a reti internazionali di promozione della RS, entrare in contatto con imprese particolarmente aperte ad interagire per sviluppare innovative strategie commerciali in una ottica di etica sociale, ecc.  

L’agire in maniera socialmente responsabile di una PMI si connota dunque di contesti, dinamiche e fattori singolari e caratteristici che ne contraddistinguono il dibattito: 

  • le diverse dimensioni della RS (interna ed esterna);

  • il ruolo decisivo delle PMI, in particolare nelle forma cooperativa, nella diffusione della RS a livello locale;

  • la presenza, non del tutto palese e valorizzata, della RS nelle PMI;

  • la difficoltà insita nella natura stessa delle PMI (dimensione, risorse, mercato, ecc.) ad investire nella RS;

  • la scarsa consapevolezza di una RS come azione di sviluppo insieme sociale ed economico (vantaggi competitivi sul mercato, ecc.).

 

Le modalità con cui una PMI può far fronte a queste variabili, per migliorarsi e continuare/sviluppare un impegno in azioni socialmente responsabili, richiedono evidentemente un percorso complesso e difficile finalizzato a: 

  • prendere coscienza che la RS è un investimento, non un mero costo;

  • integrare la RS nella gestione quotidiana della catena produttiva;

  • considerare la RS uno “strumento” fondamentale, una opportunità per gestire meglio il cambiamento e conciliare lo sviluppo sociale con una più grande competitività;

  • comprendere l’importanza della RS nel divenire una lifelong learning organization;

  • comprendere che le comunità locali possono trarre grandi vantaggi dalle attività di RS e questo con positive ricadute sulle stesse strategie commerciali;

  • prendere coscienza che “adottare” la RS significa la formulazione di strategie adeguate, l’allocazione di persone e risorse in maniera strutturata, ecc.;

  • (ri)considerare lo specifico approccio delle PMI alla RS;

  • costruire/migliorare una rete di relazioni tra vari soggetti (istituzioni educative e formative, mondo del no profit, istituti di certificazione, ecc.) con un attivo ruolo delle PMI.

 

 

Modelli di bilancio sociale

 

Negli ultimi anni un gran numero di iniziative sono state indirizzate a creare adeguati strumenti a supporto delle imprese per rilevare e valutare il livello di RS raggiunto. In particolare “le cooperative, società mutue e associazioni in quanto organizzazioni basate sull'appartenenza ad un gruppo di membri, hanno una lunga esperienza in materia di sostenibilità economica abbinata a responsabilità sociale. Esse ottengono tale risultato grazie ad un dialogo tra le loro parti e una gestione partecipativa. In tal modo possono costituire un importante riferimento per le imprese[34].

 

La costruzione di un modello di bilancio sociale non può dunque prescindere dall’analizzare ricerche e lavori già esistenti e e dalla selezione ed approfondimento di alcune esperienze particolarmente significative come, ad esempio:

 

The Ashridge Centre for Business and Society

ACBAS è una autorità leader nelle relazioni tra settore imprenditoriale, governo e comunità che presta particolare attenzione al cambiamento di ruolo del business. Lavori recenti e passati riguardano l’etica del business, social accounting, corporate governance, la convergenza di valori tra i settori del pubblico, del privato e del volontariato; il cambiamento di natura del coinvolgimento e dell’investimento nella comunità da parte dell’impresa;

 

Det Sociale Indeks –DSI Danish Social Index

The Social Index è stato sviluppato dal Ministero degli Affari Sociali danese in collaborazione con KPMG, del Socialforskningsinstituttet ed il supporto del DetNationale Netværk af Virksomhedsledere (National network of business executives). La prima edizione è stata pubblicata nel febbraio 2000 ed è stata utilizzata da un vasto campione di società private e pubbliche. Dal 2001 è possibile per ogni impresa avere il valore di The Social Index controllato da un team di verifica. Se l’impresa ottiene più di 60 punti, su un massimo di 100, acquista il diritto di utilizzare il logo per un periodo di 3 anni;

 

Boston College

Il BC ha creato il The Diagnostic Tool, uno strumento di valutazione e di pianificazione che fornisce dettagliati indicatori per implementare e avvicinarsi a standard di eccellenza (Standards of Excellence). Il The Diagnostic Tool aiuta a valutare la performance di una azienda e a sviluppare un approccio strategico alla cittadinanza;

 

CSR Matrix

La matrice CSR (CSR Matrix) ha tre funzioni:

  1. Company Matrix: fornisce uno sguardo sulla complessiva strategia alla quale è interessata una specifica impresa (quali aspetti della RS sono aperti alla comunicazione con gli stakeholder e attraverso quali canali);

  2. Topics and Channels (tematiche e canali): l’impresa fa una investigazione in profondità di specifiche tematiche, quali diritti umani, mercato, comunità, ecc. oppure dei canali di comunicazione della RS (report sociali, codici di condotta, standard e label);

  3. Benchmarking: consente di confrontare le pratiche e le performance di due imprese, di investigare come esse implementano la RS e la comunicano ai loro stakeholder;

 

The Business Impact

The Business Impact Taskforce è una iniziativa nata nel 1998 per identificare e promuovere buone pratiche in materia di RS. Inoltre, il manuale Business in the Community è un invito a fare del management della RS in ogni tipo di impresa di qualsiasi dimensione. Esso comprende delle informazioni essenziali di cui ha bisogno una organizzazione per essere preparata a gestire propri programmi di RS.

 

D’altra parte, le pressioni esterne relative alla globalizzazione, alle preoccupazioni ecologiche, alla standardizzazione, alle istanze dei consumatori e della società in genere spingono il sistema imprenditoriale ed economico nel suo complesso ad un impegno sociale. Adottare comportamenti responsabili può, del resto, aiutare le imprese ad essere più competitive. Esse infatti non operano isolatamente e sono continuamente influenzate da fattori quali le condizioni di mercato, le tendenze sociali, l’innovazione tecnologica, le nuove forme di conduzione degli affari, ecc.

E le imprese, soprattutto quelle di grandi dimensioni, che hanno posto la RS al centro delle loro strategie di marketing possono testimoniare di averne conseguito concreti benefici e vantaggi competitivi: accresciuta lealtà dei clienti, migliore rapporto con la comunità, personale più soddisfatto, nuovi partner mossi dalle stesse motivazioni, risparmi dovuti ad un uso più efficiente delle risorse, status di fornitori preferiti e miglior accesso ai capitali, articoli favorevoli dai media, ecc.

 

In questo contesto, il bilancio sociale è evidentemente lo strumento più indicato per dare visibilità alle domande e alla necessità di informazione e trasparenza del proprio pubblico di riferimento e costituisce un momento importante per enfatizzare il legame dell’impresa con il territorio.

Oltre tutto esso è una occasione per affermare il concetto di impresa come soggetto economico che, perseguendo il proprio interesse prevalente (fare profitto), contribuisce a migliorare la qualità della vita dei membri della società in cui è inserito.

È evidente però che gli attuali modelli di bilancio sociale sono nati rispondendo alle esigenze della grande impresa. In quest’ultima, infatti, il rating sociale è divenuto elemento di distinzione per la creazione di un clima di fiducia quale condizione necessaria al mantenimento ed allo sviluppo del business (vedi tab. 1).

 

Tab. 1 - La fiducia nel sistema di relazioni aziendali

Azionisti/finanziatori

La fiducia si traduce in capitali per allestire la struttura e finanziare il processo produttivo

Lavoratori

La fiducia si traduce nell’acquisizione delle professionalità necessarie, agevola lo scambio di informazioni, la collaborazione, l’impegno, migliora l’efficienza e diminuisce i costi di controllo

Clienti/consumatori

La fiducia diventa una condizione irrinunciabile dello scambio nell’ambito del processo evolutivo del consumatore; la fiducia produce soddisfazione e la soddisfazione fedeltà

Altre imprese

(fornitrici/acquirenti/partner)

La fiducia agevola i rapporti con le imprese partner favorendo la cooperazione, la coesione ed il coordinamento e consentendo la riduzione degli oneri transazionali di utilizzo del mercato; nei contesti più avanzati del contesto evolutivo dell’impresa (impresa virtuale) diventa requisito essenziale di operatività

Concorrenti

La fiducia svolge una parte fondamentale anche nei rapporti con i concorrenti. Si pensi alle forme di collaborazione all’interno dei distretti, come ai diversi accordi stretti allo scopo di tutelare comuni interessi (associazioni di categoria, gruppi di acquisto) o di sviluppare processi innovativi

Comunità locale mass media e associazioni di varia natura (ambientalisti, consumeristi, ecc.)

La fiducia consente di raccogliere i contributi ed i consensi di cui l’impresa necessita in una prospettiva di legittimazione sociale, fondamentale per la sua continuità

Amministrazioni pubbliche ed enti vari (CCIAA, consorzi, ecc.)

La fiducia potrebbe contribuire a ridurre l’impatto della burocrazia

Fonte: Elena Giaretta, Business ethics e scelte di prodotto, CEDAM, Padova, 2000, p. 65.

 

Instaurare un clima di fiducia con i propri stakeholder significa, per l’impresa, essere in grado di “ascoltare” ed accoglierne le istanze, monitorando costantemente il loro grado di soddisfazione.

 

È necessario allora mettere in atto un processo gestionale rivolto ad inserire il concetto di RS nell’organizzazione aziendale e, in tal senso, l’orientamento al management della sostenibilità sociale[35] può essere fonte d’ispirazione per le azioni quotidiane di tutti coloro che operano in azienda, al fine di costruire un efficace sistema di relazioni volte alla legittimazione e al sostegno dell’impresa.

 

Tale processo si articola in 4 fasi principali (S. Cherubini, Il management della sostenibilità sociale, Franco Angeli, 2003, p. 27):

 

  • definizione del posizionamento socialmente sostenibile dell’impresa oggetto di indagine, in cui si individuano gli stakeholder di riferimento, il loro ordine di importanza e le loro principali istanze;

  • definizione del posizionamento auspicato e delle modalità, espresse in termini quantitativi, attraverso cui raggiungerlo;

  • studio del posizionamento effettivamente percepito dagli interlocutori sociali;

  • confronto tra posizionamento auspicato e posizionamento reale (da cui potrebbe emergere uno scostamento riconducibile a due principali macro-cause: di origine endogena o esogena[36]).

 

Il processo di gestione descritto può trovare formalizzazione nel bilancio sociale «specchio che riflette una situazione e fa riflettere sulla stessa»[37], uno strumento di competitività che tende a rilevare quegli aspetti qualitativi che non possono essere rappresentati nel bilancio ordinario d’esercizio (bilancio economico).

Nel bilancio sociale si traducono, infatti, le finalità che costituiscono la ragion d’essere dell’impresa evidenziando i valori etici ed economici costituenti l’orientamento strategico aziendale.

 

 

La responsabilità sociale e territoriale

 

In un dibattito che continua a contrapporre chi sostiene l’idea di una responsabilità sociale dell’impresa come semplice conformità alle nor-me a chi ne ha una idea puramente etica nell’interesse generale, pur non dimenticando l’aspetto legislativo, le PMI devono essere messe in con-dizione di esprimere le loro idee e preoccupazioni.

Infatti, seppure queste imprese diano un grande contributo quotidia-no allo sviluppo non solo economico ma anche sociale e culturale di un territorio, le specificità che esse portano con sé sono ancora poco pro-mosse adeguatamente dagli attori chiave presenti sulla stessa scena territoriale con cui interagiscono (tra cui, ad esempio, l’amministrazione pubblica nazionale e locale).

 

Le PMI e le cooperative, soprattutto se di piccole dimensioni, hanno quindi bisogno di esprimere le loro particolari richieste e valorizzare le loro esperienze, le loro conoscenze ed il patrimonio di relazioni interne (a livello manageriale e dei lavoratori) ed esterne (i clienti e la comunità in cui operano) che le caratterizza.

È per queste ragioni che si rende sempre più necessario sviluppare nuovi indicatori territoriali di performance globali coinvolgendo le stesse PMI nel dibattito, nella raccolta di indicazioni e suggerimenti e nella realizzazione di attività di ricerca-azione a livello locale.

La creazione di un nuovo paradigma relativo alla evoluzione sociale, societale[38], imprenditoriale e territoriale, sarebbe utile a (ri)orientare i programmi politici e le strategie commerciali, ad elaborare strumenti adatti a liberare nuove energie, ad individuare un nuovo campo da esplorare per meglio conciliare performance di impresa e qualità della vita. Le PMI, in particolare se cooperative, da sempre, infatti, sviluppano intense relazioni di vicinato con i loro clienti e con la comunità locale in un quadro non solo commerciale, aiutando a far crescere figure professionali, nel mantenimento delle tradizioni – specialmente nelle tecniche artigiane – e nella ricerca di modernità. Questo valore aggiunto non è sempre sufficientemente valorizzato (molte volte da parte delle imprese stesse) spesso per mancanza di una prospettiva di obiettivi a medio e lungo termine in una economia e in una società che sono in continua trasformazione.

Eppure la concorrenza si esercita sempre più sui terreni della qualità e delle prestazioni effettivamente rese a vantaggio dei consumatori e della collettività nel suo insieme.

 

In questo scenario le PMI possono giocare un ruolo molto importante, conquistare nuovi spazi di mercato e rendere visibili i loro apporti allo sviluppo e alla socialità influenzando e migliorando i modi di con-sumo e di conduzione della vita della comunità.

Si pone così la questione di una più ampia responsabilità (sociale e territoriale) di una impresa, dove si coniugano investimenti allo stesso tempo economici, sociali e ambientali in cui le PMI devono risolvere l’equazione di una produzione “performante” di beni o di servizi nel rispetto delle domande che provengono dai consumatori e dalla società in genere.

 

L’impresa responsabile deve essere capace di rispondere delle sue azioni a tutti coloro i quali la fanno esistere (clienti, fornitori, lavoratori, territorio, ambiente naturale, ecc.) e crescere in armonia con il mondo che la circonda, costruendo una relazione positiva con tutti questi soggetti (anche perché non può sperare di prosperare a lungo in un universo che degrada dal punto di vista naturale e sociale). Bisogna aggiungere a tale proposito che, con qualche distinzione nel movimento cooperativo, poche sono le iniziative che vedono le PMI coinvolte come assi portanti di uno sviluppo durevole[39] (e questo nonostante i segnali che indicano quanto sia cresciuto l’essere vigile della società verso le iniziative, i prodotti o i servizi che potrebbero contravvenire al principio della precauzione, danneggiare un patrimonio, degradare una area urbana o rurale da un punto di vista sociale e naturale).

Eppure esse non sono al riparo da questa tendenza in piena evoluzione dove il consumatore, il cliente, ecc. vogliono ormai essere consultati e, sempre più spesso, contribuire in quanto cittadini attivi[40] alla vita socio-economica e alla salvaguardia dell’ambiente.

D’altra parte, le politiche emergenti di decentralizzazione non tengono ancora sufficientemente conto né della dimensione sociale e societale del tessuto produttivo né degli investimenti, dell’innovazione, dei flussi di persone e delle merci, dei legami sociali e dei fermenti di una vasta cultura imprenditoriale che, soprattutto nelle PMI, è molto variegata sia per settore sia per attitudini.

 

Le PMI sono il cuore di questa dinamica non soltanto economica ma anche socio-culturale poiché esse sono radicate nella materia vivente del territorio. Se grandi e piccole imprese sono portate, anzi obbligate, a lavorare insieme in una complementarietà che serve a migliorare gli interessi della collettività ponendo il concetto di responsabilità sociale e territoriale in una logica di multipartenariato non va dimenticato infatti che le PMI, e le cooperative in particolare, nell’ambito della RS hanno spesso anche un passo in più.

Se per esempio è vero che «la prima responsabilità sociale delle imprese è la creazione di occupazione»[41] è altrettanto vero che non si può – stando ai dati a disposizione, almeno per quel che riguarda l’evoluzione economica e sociale dell’Europa di questi ultimi anni – fare affidamen-to sulle multinazionali per riassorbire la disoccupazione, che resta molto elevata nella gran parte dei paesi europei.

Nasce quindi un’altra necessità, che è quella di affiancare alle PMI strutture adeguate che le aiutino a creare occupazione e/o a reintegrare tutto un mondo di disoccupazione diffusa.

 

Le PMI, del resto, rappresentano più del 90% delle realtà imprenditoriali in Europa e costituiscono un target potenziale di estrema importanza per chi voglia sostenere lo sviluppo di approcci orientati alla RS. Confermando tale impressione, in occasione della conferenza di Parigi esse hanno assunto una posizione di tutto rispetto nel dibattito sulla RS, soprattutto per il loro legame naturale con il territorio in cui operano.

In questo senso gli imprenditori e le imprenditrici che hanno raccontato la propria esperienza apparivano accomunati con le comunità locali anche da un punto di vista sociale, politico, “comunitario”. Erano infatti imprenditori/trici ma anche presidenti del locale centro di sviluppo piuttosto che del centro per l’occupazione, eletti nelle amministrazioni comunali piuttosto che presidenti di associazioni locali.

L’attenzione della RS si focalizza così sull’impresa nel territorio e quindi sulla necessità di:

 

  • gestire e valorizzare le diversità, in termini di culture e di saper fare, di cui sono portatrici le PMI;

  • avviare un processo di responsabilizzazione collettiva, che coinvolge cioè tutti gli attori locali;

  • integrare l’impresa in un sistema locale di innovazione più o meno complesso;

  • identificare strumenti capaci di accompagnare strategie im-prenditoriali che tengano in considerazione diversi aspetti: l’ambiente, l’immagine del territorio, le dimensioni del sociale, ecc.

 

In particolare, il sistema francese sembra recepire questa volontà di valorizzare il legame dell’impresa con il proprio territorio promuovendo una nuova forma societaria per le cooperative, la SCIC (Société Coopérative d’Intéret Collectivif). Una modalità che consente di associare all’impresa tutti i suoi stakeholder, dai dipendenti, ai beneficiari, ai finanziatori, ai clienti, ai finanziatori. Un processo di responsabilizzazione collettiva in un progetto imprenditoriale.

 

In questo senso le caratteristiche peculiari delle PMI possono divenire punti di forza per ridefinire in termini nuovi un agire socialmente responsabile, anche perché tali imprese contengono in potenza tutti quegli elementi che possono trasformarsi in altrettanti stimoli per sviluppare approcci di RS che valorizzino l’attenzione al territorio ed all’economia sociale:

  • il ruolo predominante del lavoratore-socio;

  • il forte legame con la comunità e con il mercato locale;

  • l’importanza delle relazioni interpersonali (con i dipendenti, le amministrazioni pubbliche, i finanziatori, i sindacati, i concorrenti, le ONG, ecc.);

  • la scarsità delle risorse che richiede la capacità di gestirle in modo economico ed efficace;

  • la necessità di dover verificare con prontezza il ritorno sugli investimenti;

  • la scarsa capacità di delocalizzazione.

 

 

Gli attuali scenari

 

Una nuova realtà economica e tecnologica sta emergendo in Europa e, in una nuova economia globalizzata, i sistemi di telecomunicazione e l’informazione hanno cambiato il tradizionale stile di vita a lavoro.

Nuove professioni, nuovi concetti e innovazioni tecnologiche costringono le organizzazioni delle comunità, i governi e anche le imprese private e la forza lavoro, ad adattarsi ad un “nuovo modo di lavorare”.

Oggi si parla di qualità del lavoro, apprendere per tutta la vita (lifelong learning), parità tra i sessi, buone e salutari condizioni di lavoro, ecc. La complessiva performance di una impresa è valutata sulla base di una combinata partecipazione alla prosperità economica, alla qualità ambientale e all’impegno sociale. La sempre più evidente interdipendenza tra imprese e società conduce così ad approfondire lo studio delle dinamiche che soddisfano le aspettative di chi influenza le imprese e quelle di chi ne viene influenzato.

Seguendo l’esempio delle politiche pubbliche, il business mondiale, in tutte le sue componenti, si sta confrontando con la problematica di uno sviluppo partecipato e sostenibile e la RS – definita come l’impegno di un’organizzazione ad operare in una maniera sostenibile a livello sociale, economico e ambientale e che prende in considerazione sia le dimensioni interne sia quelle esterne di un’impresa – non è più solo la prerogativa di grandi gruppi industriali che, bisogna riconoscere, hanno recentemente condotto azioni di RS, ben pubblicizzate, su scala internazionale.

È necessario puntualizzare però che le stesse PMI, imprese familiari e artigiane e soprattutto se organizzate in forma cooperativa, mettono già in pratica forme avanzate di RS senza però pubblicizzarle sistematicamente ed esplicitamente e che, ad un livello più globale, molte di esse si chiedono ancora se possono permettersi di adottare la RS o piuttosto se essa non sia un ulteriore carico di doveri da assolvere.

Eppure tutte le imprese, grandi o piccolissime che siano, sono parti coinvolte nello sviluppo sostenibile ed oggi una delle priorità da affrontare è quella di analizzare la loro percezione, i loro bisogni e le loro pratiche allo scopo di validare un percorso da seguire in cui il concetto di RS sia adattato alle specificità delle PMI.

Vale la pena ripetere che lo sviluppo sostenibile e la pressione dei consumatori stanno modificando i rapporti di scambio e che le PMI, che già contribuiscono ampiamente alla creazione di occupazione ed innovazione nei paesi dell’Unione Europea, hanno tutto da guadagnare da un coinvolgimento consapevole e motivato nella sfera sociale e societale.

Nella sfera delle imprese socialmente responsabili, e dei fondi etici che ne accompagnano lo sviluppo, per esempio, il codice etico è interiorizzato nel processo di razionalizzazione economica e costituisce un criterio di buona governance che dovrebbe assicurare una produzione di beni responsabili e rafforzare i meccanismi di democrazia.

Le PMI in particolare hanno però bisogno, più delle grandi imprese, di analizzare le loro forme di investimento, strutturare meglio le loro capacità operative e considerare la responsabilità sociale come un aspetto competitivo e di coesione – per sé stesse e per la comunità che le ospita e le sostiene – oltre all’esigenza di instaurare nuove partnership e creare nuovi contesti di dialogo con azionisti, dipendenti, consumatori, governi, ONG, sistemi educativi e formativi, ecc. Vi sono, pertanto, una serie di problematiche non ancora del tutto risolte che riguardano i modi di interpretare, valutare ed agire la RS:

 

 

a. La maggior parte delle problematiche chiave e degli strumenti relativi alla RS sono stati sviluppati per e nei contesti della grande impresa

 

Gli attuali approcci alla RS non possono essere semplicemente trasferiti alle PMI. Lo stesso concetto di RS, le pratiche e gli strumenti attualmente utilizzati sono stati finora sviluppati guardando quasi esclusivamente alle grandi imprese e alle corporation.

Anche per questo, forse, non vi è una definizione condivisa di RS ed emerge il bisogno di studiare lo specifico contesto delle PMI nel tentativo di operare una semplificazione e sistematizzazione di concetti, strumenti, dimensioni, problematiche, ecc. da cui potranno trarre vantaggio queste imprese e i loro stakeholder.

È ancora molto difficile comprendere pienamente le specifiche conseguenze che, ad esempio, derivano in termini di accesso ad alternative fonti di finanziamento dall’impegno delle PMI nella RS o l’impatto che la propria cultura e tradizione imprenditoriale hanno su un coinvolgimento più o meno incisivo in un agire socialmente responsabile («ciascuna impresa ha un suo specifico modo di agire a seconda delle sue competenze e degli interessi dei suoi stakeholder»[42]).

L’approccio da adottare è quello di prendere in considerazione le linee guida della RS attualmente elaborati, e che generalmente sono seguite dalle imprese più grandi, tenendo conto che il focus sulle PMI – da tanti auspicato – è ancora poco considerato e che scarsa finora è stata l’attenzione alle differenti dinamiche e tematiche e ai contesti che caratterizzano tali tipi di impresa (in particolare nei paesi in via di sviluppo[43]).

 

 

b.   Le PMI hanno bisogno di suggerimenti e strumenti che le mettano in condizione di rendere noti in modo efficace le loro politiche, i loro processi e le loro performance socialmente responsabili

 

Sebbene un numero sempre più crescente di PMI riconosce l’importanza di una agire socialmente responsabile, la maggior parte di esse deve ancora dare una concreta forma al proprio impegno e sviluppare specifiche pratiche di management della RS (come ad esempio l’adozione di un bilancio sociale).

Agire nell’ottica della RS implica infatti l’allocazione in modo strutturato di persone e risorse finanziarie ma anche pianificazione di strategie, politiche aziendali, ecc.

È per questi motivi che gli imprenditori della piccola e media impresa devono imparare ad integrare la RS nella quotidiana gestione della catena della produzione e i loro dipendenti e manager hanno bisogno di una appropriata formazione e di supporti per acquisire le necessarie abilità e competenze indispensabili per costruire insieme (divenire) una lifelong learning organization.

Inoltre, come già sottolineato, i bisogni delle PMI sono differenti da quelli delle imprese più grandi.

È molto importante assisterle (attraverso specifici strumenti di management) nell’adozione di un approccio più strategico alle politiche di RS offrendo la possibilità di capirne meglio le implicazioni e giungere ad una maggiore e più consapevole partecipazione alla definizione di queste stesse politiche

Un ulteriore problema è dato dal fatto che non esiste un quadro di riferimento comunemente accettato per valutare la RS ed è particolarmente difficile «comparare la performance delle imprese e/o valutare attentamente quali sono i mezzi migliori per promuovere la disseminazione e la trasparenza del social reporting a livello europeo»[44].

Le stesse azioni di RS realizzate dalle grandi imprese spesso sono difficili da misurare e pochi sono attualmente capaci di realizzare inchieste in profondità (ed in modo indipendente) sull’esatta ampiezza e ricaduta di queste operazioni, specialmente da un punto di vista qualitativo (e sociale!).

Secondo l’opinione di molti, del resto, anche i sistemi usati per analizzare l’efficacia di strumenti quali Codici di condotta, Carte Sociali, ecc., così come quelli adottati nella certificazione della qualità, devono essere rivisti e perfezionati.

 

 

c. Le PMI sono fortemente legate alla comunità locale

 

Le PMI influenzano, soprattutto se organizzate in forma cooperativa, notevolmente (e molto più delle grandi imprese) la salute, la stabilità e la prosperità delle comunità locali in cui operano. Esse hanno una relazione speciale con l’ambiente che li circonda e così la loro reputazione e la loro immagine sociale – come datori di lavoro, produttori e anche protagonisti della vita della comunità – hanno una grande ricaduta sulla loro competitività.

Il loro impegno è testimoniato da diverse azioni che influenzano, anche quotidianamente, le vicissitudini di un territorio:

  •  fornire lavoro;

  • realizzare opere e strutture a favore della collettività;

  • reclutare, in alcuni casi, persone bisognose;

  • stabilire partnership commerciali locali;

  • promuovere iniziative per la qualificazione e la riqualificazione del personale interno;

  • supportare organizzazioni no profit (che tutelano l’ambiente, i consumatori, ecc.);

  • sponsorizzare eventi culturali, religiosi e sportivi;

  • donare in beneficenza soldi, strumenti, materiali in esubero, mezzi di trasporto, ecc.

 

Le PMI hanno, pertanto, una serie di tratti peculiari ed intrinseci[45] che le rendono per molti versi diverse dalle grandi imprese. Ed è proprio perché con le loro azioni quotidiane determinano i contenuti, la natura e la portata della loro RS che esse occupano una posizione privilegiata in un mondo che guarda ad una nuova imprenditoria socialmente responsabile:

 

  • una PMI è radicata nella società ed è parte integrante della comunità locale (integrata);

  • una PMI è riconoscibile e relativamente facile da avvicinare (visibile);

  • una PMI è una rete di persone e relazioni informali (informale);

  • PMI è spesso capace di intuire e gestire più rapidamente i cambiamenti della società (flessibile);

  • l’impatto sociale delle PMI è molto rilevante. In Europa detengono a livello locale circa il 99% degli affari e forniscono il 53% dei lavori (influente);

  • le relazioni personali e i contatti individuali ravvicinati sono molto più frequenti in un’impresa più piccola. Nella maggior parte di esse le relazioni sono generalmente affidate alle conoscenze personali dell’imprenditore: «proprietà e gestione/controllo sono abitualmente concentrate nelle stesse mani, così l’imprenditore gioca un ruolo centrale nello sviluppo di una PMI che permette di fare scelte personali sui più appropriati modi di collocare le risorse»[46] (piccola e snella).

 

 

d. Molte PMI agiscono già secondo comportamenti socialmente responsabili ma non ne sono pienamente consapevoli

 

Come accennato, molte PMI implementano già pratiche responsabili socialmente ed a livello ambientale pur senza avere dimestichezza con il concetto di RS o comunicare all’esterno le loro performance e i loro sforzi.

Tutto questo avviene a dispetto di rilevanti ostacoli da affrontare quali la mancanza di politiche adeguate alle loro peculiarità o le notevoli differenze di performance e risorse impiegabili rispetto alle grandi imprese.

Per colpa o per fortuna della loro minore complessità interna e della figura chiave dell’imprenditore, le PMI gestiscono il loro impatto sociale in un modo più informale ed intuitivo («queste pratiche sono spesso definite e interpretate dalle PMI come pratiche responsabili di gestione dell'impresa»[47]) e, anche per questo motivo, negli studi che raffrontano la RS praticata dalle grandi imprese con quelle delle più piccole, spesso queste ultime ottengono un “punteggio” inferiore.

D’altro canto però c’è chi testimonia, come l’Osservatorio delle PMI europee, che il 50% delle PMI europee sono già coinvolte in attività di responsabilità sociale e che queste si correlano con la dimensione dell’impresa variando da 48% tra microimprese (sotto i 10 addetti) a 65% e 70% rispettivamente per le piccole (10–49 addetti) e le medie (50–249)[48].

 

 

e. Le PMI, ed in particolare quelle appartenenti al movimento cooperativo, sono già coinvolte in azioni di responsabilità sociale ma queste non vengono legate al core business

 

Le grandi imprese hanno una più ampia visibilità pubblica che suscita maggiori “interessi” verso un agire socialmente responsabile[49] mentre le PMI, oltre a non avere un ritorno così evidente di immagine, devono spesso fare i conti anche con la carenza di personale e di tempo e con le limitate risorse finanziarie.

Solo una piccola parte delle PMI è in grado di raccogliere da un impegno nella RS immediati vantaggi a livello commerciale o economico mentre le grandi imprese possono, ad esempio, esternalizzare la produzione e scaricare il costo necessario ai miglioramenti, anche in termini di RS, sulla catena dei fornitori (guadagnandone comunque dei benefici).

Una piccola impresa, dunque, è molto più vulnerabile di una grande. Un problema per cui gli investimenti di lungo termine in attività «non esplicitamente collegate al core business sono visti come secondari da un imprenditore/manager e molto spesso, pertanto, rimandati»[50].

Le attività di RS di una PMI sono inoltre molto più influenzate dallo stato dell’economia rispetto a quelle di una grande impresa – tanto da fluttuare enormemente a seconda dei tempi di recessione o di boom[51] – il che comporta molta più cautela nel pianificare il futuro, specialmente se l’imprenditore sta considerando di investire oltre le sue abituali aree di business.

Per tutte queste ragioni una PMI può essere sensibilizzata maggiormente a compiere attività socialmente responsabili solo se pienamente cosciente che la RS non è un mero costo ma un investimento e che essa contribuisce fortemente a realizzare un processo di continuo miglioramento.

Vale comunque la pena di ricordare a questo proposito che, come già accennato, le pressioni legate ad uno sviluppo sostenibile e quelle dei consumatori stanno modificando la condotta delle pratiche commerciali anche tra le stesse PMI ed esse hanno un gran bisogno di strutturare meglio le loro capacità operative e di intendere la responsabilità sociale e territoriale come un aspetto di competitività che le può ispirare e sostenere.

 

 

f. Una grande percentuale di PMI sono troppo piccole per impegnarsi in attività di RS

 

Abbiamo visto che se le grandi imprese possono spendere tempo e denaro per sviluppare relazioni e partnership con ONG, agenzie governative, ecc. ciò è molto difficile per una PMI soprattutto se si considera che questo tipo di impresa soffre di ricorrenti carenze di risorse finanziarie ed umane.

Non a caso le PMI sono più attive nella RS laddove agiscono all’interno di network internazionali o se coinvolte in tipi di produzione che richiedono un elevato ricorso al capitale intellettuale.

Le PMI non sono in grado, inoltre, di influenzare i propri fornitori (se non attraverso le proprie organizzazioni di settore o di business) e, di riflesso, tendono a favorire e concentrarsi su poche iniziative facendo investimenti mirati (piuttosto che coprire un vasto raggio di attività, abituale strategia della grande impresa) e/o focalizzandosi sull’ambito locale. In proposito, alcuni suggeriscono che la separazione della RS dalle performance di business potrebbe generare una cultura che avrà «difficoltà ad integrare responsabilità non-economiche nel business» mentre altri enfatizzano la presenza di barriere attitudinali tra lo staff manageriale di una PMI che rendono difficile il coinvolgimento di queste imprese in attività di RS.

 

 

g. Le piccole imprese rappresentano un terreno fertile per la crescita della RS

 

Le PMI hanno una prospettiva di lungo termine negli investimenti in uno specifico territorio.

Hanno forti legami a livello sociale ed ambientale e sono più sensibili delle imprese gestite a livello internazionale ai rischi e alle problematiche locali, esistenti od emergenti, oltre che prestare una particolare attenzione ai rapporti personali.

La relazione di fiducia diventa un fattore essenziale di produzione, il più prezioso ed intangibile vantaggio insieme alla conoscenza[52], e la cultura dell’organizzazione è rivista alla luce dei valori dei bisogni e delle attitudini che caratterizzano il territorio.

 

 

h. La RS deve essere parte della mission di una impresa e dei suoi valori fondamentali

 

Una impresa “eccellente” è chiamata a combinare lo sviluppo economico e le esigenze di crescita rispettando l’ambiente, la sicurezza sociale e la giustizia.

In queste imprese fare un profitto soddisfacente rimane necessario ed un fattore a cui non si può rinunciare ma, allo stesso tempo, esse possono «contribuire ad obiettivi sociali e alla tutela dell’ambiente, integrando la RS come investimento strategico nel quadro della propria strategia commerciale, nei loro strumenti di gestione e nelle loro operazioni»[53].

Così la RS diviene un “modo di essere e agire”, «un elemento che ha una importanza centrale nel fare business»[54].

In questa ottica, una “eccellente” organizzazione – che combina i bisogni dello sviluppo e la crescita economica nel rispetto dell’ambiente, la sicurezza sociale e la giustizia sociale, la promozione dello sviluppo sostenibile nei suoi vari aspetti – può avere un valore economico legato alla sensibilità della responsabilità sociale e alla redditività[55] e la RS può essere «uno strumento per affrontare le sfide imposte dai cambiamenti organizzativi in seno alle imprese e dalle nuove modalità di produzione»[56], contribuendo a promuovere un elevato livello di coesione sociale, di protezione dell’ambiente e di rispetto dei diritti fondamentali oltre che a migliorare la competitività in tutti i tipi di impresa.

 

 

i. Il dialogo sociale è fondamentale per la promozione di riforme economiche e sociali di successo

 

La Strategia di Lisbona enfatizza il ruolo del dialogo sociale nell’indirizzare le sfide chiave che deve affrontare l’Europa, così come nel migliorare skill e competenze, modernizzare l’organizzazione del lavoro, promuovere le pari opportunità e la diversità e sviluppare nuove politiche attive.

Le negoziazioni tra attori sociali sono il modo migliore per portare avanti questioni legate alla modernizzazione e alla gestione del cambiamento[57].

Una recente ricerca[58] conferma che la RS ha ancora una priorità bassa nell’agenda della maggior parte degli attori sociali chiave dei paesi del sud d’Europa – associazioni padronali, sindacati e, in modo particolare, autorità pubbliche – se messi a confronto della loro controparte che opera nel nord d’Europa.

L’uso degli stessi incentivi pubblici, seppure presenti in forme non adeguate, hanno ad esempio una molto limitata influenza sulle decisioni delle PMI di farsi coinvolgere in azioni di RS.

Il dialogo sociale a livello europeo potrebbe allora costituire uno strumento per la modernizzazione annunciata al Consiglio Europeo di Lisbona per tutti gli aspetti riportati nell’agenda europea che includono una varietà di argomenti: prepararsi a far parte di una società della conoscenza riconoscendo il ruolo vitale del lifelong learning e dell’acquisizione di skill; includere la mobilità e i percorsi di carriera nella discussione sulle condizioni di lavoro, promuovere le pari opportunità; prendere in considerazione l’occupazione e un più ampio e libero accesso al mercato del lavoro; promuovere lo sviluppo sostenibile; considerare la qualità un fattore di performance globale relativamente alla organizzazione del lavoro, alla salute e alla sicurezza, al coinvolgimento dei lavoratori nel negoziare il cambiamento.

L’agire in modo socialmente responsabile è dunque facilitato dalla partecipazione dei lavoratori e dei loro rappresentati ad un dialogo utile a promuovere scambi di vedute ed adeguamenti importanti in considerazione della definizione di obiettivi condivisi tra le parti coinvolte nel processo di lavoro.

 

 

Note bibliografiche


 

Andriof Jörg e Marsden Chris, Corporate Citizenship, What is it and how to assess it?, Corporate Citizenship Unit; Warwick Business School; Coventry CV4 7AL/UK

Ashridge Centre for Business and Society, www.acbas.org

Bianchi Duccio, Mauri Daniela e Sammarco Giuseppe, Dal Bilancio sociale al Bilancio di sostenibilità: metodologie ed esperienze a confronto. Rapporto sullo Sviluppo Sostenibile, Fondazione Eni Enrico Mattei, 3.2001

Boston College Center for Corporate Citizenship, www. bc.edu

Business for Social Responsibility, www.bsr.org

Cherubini S., Il management della sostenibilità sociale, Franco Angeli, 2003

Cittadinanzattiva, The Citizen labelling and corporate citizenship: benchmarking Northern and Southern European best practices, , maggio ‘01

Commissione delle Comunità Europee, “Communication from the Commission - The European social dialogue, a force for innovation and change; Proposal for a Council Decision establishing a Tripartite Social Summit for Growth and Employment” (presentato dalla Commissione) Brussels, 26.6.2002 - COM(2002) 341 final - 2002/0136 (CNS)

Commissione delle Comunità Europee, “Corporate social responsibility - A business contribution to sustainable development, Industrial relations and industrial change”, Directorate-General for Employment and Social Affairs, Unit D.1, luglio 2002

Commissione delle Comunità Europee, “Raccomandazione della Commissione del 3 aprile 1996 relativa alla definizione delle piccole e medie imprese” (Testo rilevante ai fini del SEE) (96/280/CE)

Commissione delle Comunità Europee, A Sustainable Europe for a Better World: A European Union Strategy for Sustainable Development (Commission’s proposal to the Gothenburg European Council), COM (2001) 264 final, Brussels 2001

Commissione delle Comunità Europee, CSR: a business contribution to Sustainable Development, COM (2002) 347 definitivo, Brussels, 2002

Commissione delle Comunità Europee, Libro Verde. Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese, COM (2001) 366 definitivo, Brussels, 2001

Commissione delle Comunità Europee, Sixth Environment Action Programme of the European Community, “Environment 2010: Our future, Our choice”, COM (2001) 31 final, Brussels, 2001)

Commissione Europea, http://europa.eu.int/comm/index_en.htm

Comunità Europee, Gazzetta Ufficiale 10.4.2002, C86/3, “Risoluzione del Consiglio sul seguito da dare al libro verde sulla responsabilità sociale delle imprese

Conference Board of Canada, www.conferenceboard.ca/ccbc/csr_topic/default.htm in Committee on Public Finance, Corporate Social Responsibility and Socially Responsible Investment, Consultation Paper, Secrétariat des commissions, May 2002

Conferenza europea sulle città sostenibili, Carta di Aalborg, Aalborg, Danimarca, 27 maggio 1994

Copenhagen Centre, www.copenhagencentre.com

CSR Europe e Commissione Europea, European Survey of Consumers’Attitudes towards Corporate Social Responsibilit, 2000

CSR Europe, http://www.csreurope.org

Dutch Social and Economic Council, “Sociaal-Economisch Raad, De winst van waarden: advies over maatschappelijk ondernemen” (The return of values: Advisory Report on Social Entrepreneurship) Assen, 2001

Elkington, J., Cannibals with Forks: The Triple Bottom Line of 21st Century Business, London, 1997

EU Treaty, Article 2, Official Journal C 340, 10.11.1997, “Treaty on European Union”, Brussels, 1997

Galeano Edoardo, “Trofei”, il manifesto, 3 febbraio 2002

Giarretta E., Business ethics e scelte di prodotto, CEDAM, Padova, 2000, p. 65

Holme Lord e Watts Richard, “Making Good Business Sense”, World Business Council for Sustainable Development, paper in http://www.wbcsd.ch

Joyce P. et al., “The Social and environmental challenge to small firms: managing the transition to social responsiveness”, paper presentato al 19° ISBA National Conference, Birmingham, 1996

Makower Joel, Beyond the bottom line: putting social responsibility to work for your business and The World, Paperback - 335pp (October 1995); Touchstone Books; ISBN: 0684813106

Moro G., Manuale di cittadinanza attiva, Carocci, 1998

Nazioni Unite, Report Brundtland, 1987

Observatory of European SMEs 2002, No. 4, European SMEs and Social and Environmental Responsibility

Osservatorio sulle PMI europee, “Obiettivo PMI, I principali risultati dell’Osservatorio sulle PMI europee 2002”, Commissione europea, DG Imprese.

Palazzi M. e Starcher G., Corporate Social Responsibility and Business Success, paper in web page http://www.ebbf.org (dicembre 2001)

Revelli M., Le due destre (in particolare, Conclusione. Fare Società), Bollati Boringhieri, 1996

Revelli M., La sinistra sociale. Oltre la civiltà del lavoro, Bollati Boringhieri, 1997

Thompson J.K. e Smith L., Social responsibility and small business: suggestions for research’, Journal of Small Business Management, January, 30-44, 1991

UEAPME, Position Paper on the Green Paper "Promoting a European Framework for Corporate Social Responsibility" COM(2001) 366 final, gennaio 2002

Unicredito Italiano Spa, “Bilancio Sociale Ambientale 2001”

Viviani M., Specchio magico. Il Bilancio Sociale e l’evoluzione delle imprese, Il Mulino, Bologna, 1999.

Vyakarnam, S., A. Bailey, A. Myers, and D. Burnett, “Towards an understanding of ethical behaviour in small firms”, in Journal of Business Ethics, 1625-1636, 1997

 

 

Riferimenti


[1].    Nel maggio 2000, a Lisbona, la Commissione europea ha organizzato la prima Conferenza europea sul tema dell’investimento in base al triplice approccio in Europa (http://europa.eu.int/comm/employment_social/soc-dial/csr/csr_conf_lisbon.htm). Importanti in proposito: Commissione delle Comunità Europee, Libro Verde. Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese, COM (2001) 366 definitivo, Brussels, 2001; Commissione delle Comunità Europee, CSR: a business contribution to Sustainable Development, COM (2002) 347 definitivo, Brussels, 2002.

[2].    Commissione delle Comunità Europee, Libro Verde, op. cit., pag. 3.

[3].    Osservatorio sulle PMI europee, “Obiettivo PMI, I principali risultati dell’Osservatorio sulle PMI europee 2002”, Commissione europea, DG Imprese.

[4].    Regione Toscana, Convegno Internazionale “Fabrica Ethica. Responsabilità Sociale delle Imprese : SA 8000”, Firenze, Palazzo dei Congressi. In particolare, “Welfare society. La ricerca di soluzioni etiche ai problemi della modernità” – http://www.fabricaethica.it/

[5].    Marco Revelli, Le due destre (in particolare, Conclusione. Fare Società), Bollati Boringhieri, 1996.

[6].    Marco Revelli, La sinistra sociale. Oltre la civiltà del lavoro, Bollati Boringhieri, 1997.

[7].    Commissione delle Comunità Europee, Libro Verde, op. cit., pag. 19.

[8].    Dati tratti da European SMEs and Social and Environmental Responsibility, op. cit.

[9].    In “Sociaal-Economisch Raad, De winst van waarden: advies over maatschappelijk ondernemen” (The return of values: Advisory Report on Social Entrepreneurship), Dutch Social and Economic Council, Assen, 2001, la responsabilità sociale delle imprese è definita come una sorta di «termine container» la cui definizione cambia ad ogni occasione.

[10]. Tra queste in particolare vi è quello di Cittadinanza d’Impresa (Corporate Citizenship). In The Citizen labelling and corporate citizenship: benchmarking Northern and Southern European best practices (Cittadinanzattiva, maggio ’01), è spiegato che la CI deve essere considerata come un investimento (offrendo un crescente vantaggio competitivo); deve essere sviluppata in collaborazione con i dipendenti e gli interlocutori dell’impresa (stakeholders); deve usare strumenti e specifici sistemi, come auditing sociali, per facilitare l’implementazioni di strategie e misurare il progresso del suo sviluppo; deve divenire parte della strategia complessiva di business.

[11]. Commissione delle Comunità Europee, Libro Verde (p. 6) e CSR: a business contribution to Sustainable Development (p. 5), opere citate.

[12]. Per “interlocutori dell’impresa” (stakeholder) si intendono le persone o i gruppi che hanno, o rivendicano di avere, una titolarità, diritto o interesse in una impresa e nelle sue passate, presenti e future attività.

[13]. «Una delle maggiori responsabilità che la gran parte delle imprese ha è quella di essere redditizia» in Joel Makower, Beyond the bottom line: putting social responsibility to work for your business and The World, Paperback - 335pp (October 1995); Touchstone Books; ISBN: 0684813106.

[14].  Pallaria Fausto (a cura di), Investire nella Responsabilità Sociale. Strumenti e percorsi di lavoro per un agire socialmente responsabile. Progetto Nasco-Nuovi Approcci alla responsabilità SoCiale nel mOndo delle PMI, Commissione Europea, Franco Angeli, Milano, luglio 2003

[15]. M. Palazzi & G. Starcher, Corporate Social Responsibility and Business Success, paper in web page http://www.ebbf.org (dicembre 2001).

[16]. Jörg Andriof and Chris Marsden, Corporate Citizenship, What is it and how to assess it?, Corporate Citizenship Unit; Warwick Business School; Coventry CV4 7AL/UK.

[17]. Ibidem.

[18]. In “The first ever European survey of consumers attitudes towards corporate social responsibilty”, Mori, 2000 Ricerca commissionata a CSR Europe dalla Commissione Europea che ha coinvolto 12.162 cittadini europei di Belgio, Danimarca, Germania, Spagna, Francia, Finlandia, Italia, Portogallo, Svezia, Olanda, Gran Bretagna e Svizzera.

[19]. Il termine è diventato popolare nel 1987 con la pubblicazione del cosiddetto Report Brundtland dell’ONU, dove lo sviluppo sostenibile è definito come lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

[20]. EU Treaty, Article 2, - Official Journal C 340, 10.11.1997, Treaty on European Union, Brussels, 1997.

[21]. Il dibattito è stato più di recente ripreso, nel Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile (Johannesburg, Sud Africa, 26 Agosto-4 Settembre).

[22]. Commissione delle Comunità Europee, A Sustainable Europe for a Better World: A European Union Strategy for Sustainable Development (Commission’s proposal to the Gothenburg European Council), COM (2001) 264 final, Brussels 2001.

[23]. La dimensione ambientale della Strategia è definita in Commissione delle Comunità Europee, Sixth Environment Action Programme of the European Community, “Environment 2010: Our future, Our choice, COM (2001) 31 final, Brussels, 2001), che riguarda il periodo 2001-2010. Questo programma tiene conto, tra l’altro, della dimensione delle PMI e suggerisce la necessità sia di sviluppare un quadro per incoraggiare le PMI a fare un self-audit delle conformità sia a incrementare la partecipazione delle PMI al programma comunitario EMAS (Regulation (EC) No. 761/2001 of the European Parliament and of the Council of 19 March 2001), che consente la partecipazione volontaria delle organizzazioni in un quadro comunitario di eco-management e audit (EMAS).

[24]. Elkington, J., Cannibals with Forks: The Triple Bottom Line of 21st Century Business, London, 1997.

[25]. Cfr. www.unglobalcompact.org.

[26]. Cfr. www.ilo.org.

[27]. Cfr. www.oecd.org.

[28]. Conference Board of Canada, www.conferenceboard.ca/ccbc/csr_topic/default.htm in Committee on Public Finance, Corporate Social Responsibility and Socially Responsible Investment, Consultation Paper, Secrétariat des commissions, May 2002.

[29]. Lord Holme e Richard Watts, “Making Good Business Sense”, World Business Council for Sustainable Development, paper in http://www.wbcsd.ch.

[30]. Esemplificativa in tal senso la gestione della crisi nel settore automobilistico mondiale negli ultimi anni da parte di grandi multinazionali socialmente responsabili (Fiat, Daimler-Crysler, ecc.) che ha comportato il licenziamento di migliaia di operai. «Nel Forum di Davos del 2001 Jurgen Shrempp, un dirigente della Daimler-Crysler, commosse gli intervenuti esortando ad assumersi la responsabilità sociale delle imprese nel mondo di oggi. Di oggi, disse. Il giorno dopo, la sua impresa buttò fuori 26.000 lavoratori» in Edoardo Galeano, “Trofei”, il manifesto, 3 febbraio 2002.

[31].  Per approfondimenti cfr. www.mallenbaker.net.

[32]. Il concetto di impegno nella comunità locale (Community Involvement) si riferisce ad una vasta gamma di azioni realizzate dalle imprese al fine di massimizzare l’impatto delle loro risorse devolute (soldi, tempo, prodotti, servizi, influenza, management, conoscenza, ecc.) alle comunità esterne nelle quali operano (Business for Social Responsibility - www.bsr.org).

[33]. Per approfondimenti sugli investimenti socialmente responsabili (SRI - Socially Responsible Investments) cfr. www.sricompass.org, www.euronext.com.

[34]   COM (2002) 347 def., p. 11, op. cit.

[35]. Cherubini S., Il management della sostenibilità sociale, Franco Angeli, 2003, pp. 19–30.

[36]. La prima si riferisce ad eventuali diseconomie organizzative dovute a problemi di comunicazione interna, culturali, tecnico funzionali, ecc. La seconda si riferisce ad una inefficace o errata comunicazione esterna, che non consente di rendere noto l’impegno sociale dell’impresa.

[37]. M. Viviani, Specchio magico. Il Bilancio Sociale e l’evoluzione delle imprese, Il Mulino, Bologna, 1999.

[38]. Mentre con il termine sociale si può intendere (1. generale) «relativo ai rapporti, alle relazioni tra le persone» e (2. particolare) «raggruppamento organizzativo di persone, considerate nel loro insieme in quanto sistema funzionale» con il termine societale si può intendere (1. generale) «relativo alla società, alla sua organizzazione, ai suoi valori, alle sue istituzioni» e (2. particolare) «sotto-raggruppamento organizzativo delle società umane, considerate nei loro aspetti non sociali (formali e strutturali)». In www.human-behaviors.org.

[39]. Per sviluppo durevole di intende generalmente “uno sviluppo capace di rispondere ai bisogni delle generazioni attuali, senza compromettere la capacità delle generazioni future di rispondere ai propri". In Carta delle città europee per uno sviluppo durevole e sostenibile (La Carta di Aalborg, approvata dai partecipanti alla Conferenza europea sulle città sostenibili tenutasi ad Aalborg, Danimarca il 27 maggio 1994).

[40]. Per approfondimenti cfr. Giovanni Moro, Manuale di cittadinanza attiva, Carocci, 1998.

[41]. Christian Sautter, Adjoint au Maire de Paris, Charge du développement économique des finances et de l’emploi in "Atti del 2° Meeting Transnazionale, Parigi, Hôtel De Ville De Paris, 27 giugno 2002" in Pallarìa F., op. Cit.

[42]. M. Palazzi e G. Starcher, op. cit.

[43]. Per approfondimenti: www.unido.org.

[44]. European Commission, Corporate social responsibility - A business contribution to sustainable development, Industrial relations and industrial change, Directorate-General for Employment and Social Affairs, Unit D.1, luglio 2002.

[45]. UEAPME, Position Paper on the Green Paper "Promoting a European Framework for Corporate Social Responsibility" COM(2001) 366 final, gennaio 2002.

[46]. Osservatorio sulle PMI europee, op. cit.

[47]. Commission of the European Communities, 347 final, p. 11, op. cit.

[48]. Observatory of European SMEs 2002, No. 4, European SMEs and Social and Envi-ronmental Responsibility.

[49]. J.K. Thompson, and L. Smith, Social responsibility and small business: suggestions for research’, Journal of Small Business Management, January, 30-44, 1991.

[50]. Osservatorio sulle PMI europee, op. cit.

[51]. Vyakarnam, S., A. Bailey, A. Myers, and D. Burnett, ‘Towards an understanding of ethical behaviour in small firms’, in Journal of Business Ethics, 1625-1636, 1997.

[52]. E. Giarretta, Business ethics e scelte di prodotto, CEDAM, Padova, 2000, p. 65.

[53]. Commissione delle Comunità Europee, Libro Verde, p. 4. op. cit.

[54]. Cittadinanzattiva, op. cit.

[55]. Joel Makower, op. cit.

[56]. Comunità Europee, Gazzetta Ufficiale 10.4.2002, C86/3, Risoluzione del Consiglio sul seguito da dare al libro verde sulla responsabilità sociale delle imprese.

[57]. Commissione delle Comunità Europee, “Communication from the Commission - The European social dialogue, a force for innovation and change; Proposal for a Council Decision establishing a Tripartite Social Summit for Growth and Employment” (presentato dalla Commissione) Brussels, 26.6.2002 - COM(2002) 341 final - 2002/0136 (CNS).

[58]. Cittadinanzattiva, op. cit.

 

 

             Invia segnalazioni/documenti

 

vai su