INCLUSIONE SOCIALE E COOPERAZIONE

di Fausto Pallarìa (BILL - BIBLIOTECA LUIGI LUZZATTI), gennaio-febbraio 2008

 

 

Parole chiave: cooperative, inclusione sociale, modello cooperativo, cultura cooperativa, CSR

 

Autori citati: COMMISSIONE DELLE COMUNITÀ EUROPEE

 

Soggetti: soggetti a rischio di esclusione sociale, enti pubblici e privati, soggetti economici, sindacati, Costituzione europea

 

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Oggi in Europa, soprattutto in considerazione dell’allargamento, si pone l’esigenza di riprendere un processo di innovazione, a cui far partecipare attivamente cittadini e sistemi, che sia un’importante opportunità per un sistema economico e sociale che vuol essere al passo con i tempi. Si parla sempre più di mercato globale, di reperimento di opportunità economiche, di competitività a livello internazionale e ciascun paese è coinvolto in questo percorso che richiede un processo di ristrutturazione economica e sociale che deve dare origine ad uno sviluppo che comprenda, allo stesso tempo, inclusione e coesione, protezione, eticità, diritti di cittadinanza.

 

Per fare ciò occorre sorvegliare i processi di delocalizzazione, governare i processi di internazionalizzazione dei distretti industriali e allo stesso tempo potenziare le capacità (conoscenze, competenze, ecc.) radicate sul territorio. Conseguentemente è opportuno considerare come attuare politiche selettive, e quindi di qualità, che sostengano i processi di innovazione, di crescita e di sviluppo tenendo conto del miglioramento della produttività ai fini di determinare nuovi traguardi di competitività.

Si assiste invece ad un incremento del problema dell’esclusione di tutta una serie di cittadini (una crescita non solo numerica, ma anche per entità e complessità) e le aspettative evocate dei processi di globalizzazione, che sembravano destinati ad offrire opportunità sconfinate, fanno oggi i conti con uno sviluppo non sempre appropriato ai principi di una nuova gerarchia della sostenibilità, soprattutto sociale (la quale precede le altre sostenibilità).

 

Nasce l’urgenza di comunicare/sviluppare buone prassi e mettere in rete gli operatori del sociale - che spesso si trovano ad operare in parallelo tra loro e con dannose soluzioni di continuità tra diversi livelli d’intervento – ed in questo la cultura del modello cooperativo non deve mancare di apportare la sua grande competenza e le potenzialità di trasferimento in altre aree dell’azione e dell’economia sociale.

Si è giunti, in pochi anni, ad una fase di cambiamenti evocati dei processi di globalizzazione che sembravano destinati ad offrire opportunità sconfinate e che invece oggi fanno i conti con uno sviluppo non sempre appropriato ai principi di una nuova gerarchia della sostenibilità, soprattutto sociale (la quale precede le altre sostenibilità), ed emerge sempre più una contrapposizione fra pura crescita economica e sviluppo di qualità, presidiato cioè da inclusione e da coesione sociale, che ha prodotto forti lacerazioni sociali ed una società spesso divisa, quindi non competitiva, incapace di generare ricchezza da reinvestire per rendere più robuste e coese le comunità locali.

 

L’inclusione

 

È bene chiarire che qui si intende per inclusione l’impegnarsi nell’obiettivo di favorire una migliore e piena integrazione della persona nel contesto sociale ed economico nel quale vive richiamando alcune delle priorità politiche fondamentali indicate dalla Commissione Europea[1] quali aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, garantire un alloggio dignitoso, superare le discriminazioni e sviluppare l'integrazione delle minoranze etniche e degli immigrati.

 

In tale prospettiva è essenziale individuare i target di popolazione più a rischio di esclusione sociale, identificando l’esclusione con povertà relativa, isolamento sociale, non autosufficienza, cioè un concetto flessibile dove considerare le condizioni soggettive che possono accrescere il rischio di essere esclusi (un handicap, una dipendenza, un debito con la giustizia, il rifiuto di determinati lavori) ma anche quelle oggettive, legate a culture e contesti (come ad esempio la perdita del lavoro, l’essere a capo di famiglie mono-parentali, l’avere solo lavori temporanei, avere bassi titoli di studio, essere immigrati, ecc.).

 

D’altro canto, se si introduce il concetto di rischio di esclusione si devono considerare anche politiche preventive che riducano questo rischio, rafforzando la posizione sociale degli individui sulla base di un approccio che consideri tutto l’arco della vita (life-course perspective): non solo politiche di redistribuzione del reddito, ma anche politiche dei servizi, dell’istruzione e formazione, di sostegno all’accesso e al mantenimento di lavori di buona qualità, oltre che alla partecipazione alla vita attiva degli anziani, politiche culturali, abitative, sanitarie, ecc. Sono dunque le politiche pubbliche che possono/devono promuovere, favorire e garantire l’inclusione sociale e prevenire i rischi di esclusione attraverso una opportuna concertazione tra soggetti economici e sociali, perché senza risorse non si può garantire alcun diritto e nessuna inclusione.

 

Una diffusa corrente di pensiero, tra cui la Strategia Europea per l'occupazione e  l’impostazione stessa dell’Agenda sociale, ci portano infatti ad affermare che all’inclusione deve ricondursi, anche, la politica del lavoro (La Costituzione europea, art. 34, inserisce il diritto dei lavoratori alla sicurezza sociale in vista della lotta all’esclusione sociale).

Sul fronte del mercato del lavoro, ad esempio, l'obiettivo principale è favorire l’inserimento o il reinserimento lavorativo di soggetti a rischio di esclusione sociale, seguendo una strategia di mainstreaming; questo perché la discriminazione sociale negli ambienti lavorativi, costruita su problemi specifici per ciascuna tipologia di target (immigrati, detenuti, tossicodipendenti, portatori di handicap, ecc.), amplia ulteriormente la distanza tra questi gruppi e la realtà che li circonda. Intervenire sulla marginalità e favorire l'integrazione lavorativa significa, quindi, rispondere alla multidimensionalità dei problemi che determinano la condizione di svantaggiato.

La mancanza di lavoro (disoccupazione) è senza dubbio fattore di esclusione - dal mercato del lavoro e non solo, dall’apprendimento, da consumi culturali, dal credito, dalla casa, dalla fruizione di servizi, ecc. - ma l’occupazione non è detto che sia, di per sé, fattore di inclusione[2]: un lavoro non ri-conciliato con vita familiare, trasporti, tempi delle città, può escludere dalla socialità; un lavoro dequalificato esclude da possibilità di sviluppo professionale; un lavoro precario esclude dal credito, dalla possibilità di progettare il proprio futuro e può essere foriero di povertà ed esclusione da reddito differito capace di assicurare tenore di vita e qualità di servizi adeguati a favorire la migliore e piena integrazione della persona nel contesto nel quale vive.

 

È rispetto ad un fenomeno così diversificato che emerge l’importanza di un’azione di promozione della cultura cooperativa che informi e renda partecipi gli attori-chiave del disagio e della marginalità sulle potenzialità dello strumento della cooperazione (della sua trasversalità settoriale e flessibilità degli strumenti di governance, ecc.) rispetto ad esigenze specifiche di una politica di sviluppo di qualità.

 

Si pensi ad esempio all’edilizia abitativa (un punto che sta emergendo come cruciale nella lotta alla povertà riguarda lo stretto intreccio tra disagio abitativo e urbano/precarietà economica e sociale) o alla trasformazione dei prodotti agricoli nei quali l’importanza della forma cooperativa (caratterizzata da una forte manodopera extracomunitaria) è confermata, soprattutto in Italia, dalla sua rilevante presenza su tutto il territorio nazionale.

Un altro aspetto riguarda invece il settore di produzione lavoro ed è legato alla prevalenza, nel sistema produttivo italiano ed europeo, di imprese di piccole e anche piccolissime dimensioni. Il problema assume oggi una particolare rilevanza anche per l’aumento di forme più o meno improprie di lavoro autonomo attraverso le quali si realizza di fatto una maggiore flessibilità del mercato del lavoro.

Vi è poi il mondo del credito cooperativo, che può svolgere una importantissima funzione di collegamento e sostegno nei confronti della microimpresa (si pensi al microcredito o al ruolo delle BCC-Banche di Credito cooperativo).

 

Bisogna anche ricordare che a partire già dagli anni settanta, la forma giuridica della cooperativa di lavoro ha consentito la nascita di cooperative sociali che si sono incaricate di produrre servizi che il settore pubblico si dimostrava non più in grado di offrire in modo sufficientemente efficace. L’esperienza delle cooperative sociali, la crescita - a volte anche disordinata - del Terzo Settore, il suo ruolo per una nuova impostazione dello stato sociale fanno prevedere che ulteriore crescita di importanza di questa esperienza, anche se la riduzione dei finanziamenti pubblici renderà necessari adattamenti.

 

Inoltre, vi sono oggi nuove esigenze dell’economia rispetto alle quali l’esperienza cooperativa offre strumenti di lunga e consolidata tradizione. Si parla oggi di responsabilità sociale dell’impresa ma anche, sempre più insistentemente, di responsabilità sociale del consumatore - inteso pure come risparmiatore (anche piccolo) - considerando che, quando le sue scelte sono consapevoli e informate, la sua capacità di influire sul sistema economico è determinante. E’ quindi di grande importanza disporre di strumenti che migliorino la capacità di scelta razionale del consumatore per recuperare questa funzione di decisore di ultima istanza di ciò che è bene che venga prodotto e offerto sul mercato. Al consumatore è chiesto di dare la sua preferenza a beni nella cui produzione sono stati prodotti minori danni ambientali e non sono stati lesi diritti fondamentali delle persone che hanno concorso alla produzione. Compito che resta ugualmente problematico nella sua realizzazione concreta, in particolare per la difficoltà a disporre di informazioni credibili. Accanto a molte altre iniziative di diversa origine, la cooperazione di consumo svolge già un ruolo significativo in queste direzioni sia incentivando la sensibilità dei consumatori verso questi problemi, sia conquistando la fiducia dei consumatori come garante della qualità dei prodotti anche dal punto di vista delle caratteristiche del loro processo produttivo.

 

La cooperazione e l’Italia

 

La cooperazione, con la caratteristica che la contraddistingue dal punto di vista “ideale” ma anche con le modalità di presenza nel territorio (e anche con la propria tipologia di struttura che non fa del profitto l’elemento essenziale ma che lo reinveste in attività per il sociale) può giocare un ruolo fondamentale in un modello di società che sempre più affida il welfare alle leggi dell’economia del mercato (al privato o al fai-da-te) poiché insiste nella validità di un sistema pubblico di tutela della persona e quindi in un welfare della comunità.

 

Proprio per sua natura la cooperazione in genere e, in particolare, la cooperazione sociale, indicano una strada fondamentale per la società: mettersi insieme per perseguire degli obiettivi che ciascuno da solo non potrebbe raggiungere - caratteristica che rende la cooperazione patrimonio utile da salvaguardare e da sviluppare nell’interesse della società (come osserva la Costituzione italiana[3]) ed un’esigenza che non si è ridotta nel tempo (anche se oggi sono cambiate le modalità con le quali può essere realizzata).

 

Se infatti, specialmente in passato, la necessità di difendere meglio gli interessi di un gruppo di persone (lavoratori, consumatori, produttori, agricoltori, ecc.), in situazioni di particolare disagio o debolezza, è stata storicamente l’incentivo specifico alla creazione e diffusione di esperienze di cooperazione nella prospettiva della mutualità, si ripete, ancora oggi, la necessità di estendere la solidarietà coniugandola con un’iniziativa occupazionale e/o imprenditoriale.

 

La promozione della cultura cooperativa è, pertanto, un obiettivo largamente condiviso per il contributo specifico che essa può dare al diffondersi della solidarietà che, nel caso specifico della cooperazione, si coniuga con l’attività economica.

Del resto questo può significare, da un lato, favorire la conoscenza delle potenzialità che lo strumento della cooperazione può avere per affrontare in modo più efficace i molti problemi della società contemporanea e dall’altro, specie alla luce del contesto e dei modelli italiani, offrire un contributo essenziale ad uno sviluppo di qualità, contraddistinto cioè da una stretta relazione tra politiche occupazionali e processi di inclusione/protezione sociale.

 

La cooperazione può ricoprire, dunque, un ruolo significativo di enormi potenzialità in una nuova economia ricca di valori etici e assumere una posizione di primo piano in una più organica strategia politica in funzione del benessere delle persone e delle comunità[4]. In Italia, in particolare, l’ISTAT nel rapporto 2005 scrive di una paese “in fase di crisi e stagnazione” iniziata a metà del 2001 e attribuisce alla perdita di competitività del sistema produttivo italiano un carattere strutturale……la povertà e l’emarginazione sociale sono in aumento e quei ceti che una volta venivano definiti “medi”, con un reddito che era sufficientemente capace di poter rispondere alle esigenze quotidiane, e che vivevano dignitosamente, ora sono a rischio di povertà.

 

Tutto ciò si riflette anche sul sistema economico e sociale complessivo, come ha registrato il CENSIS recentemente, cioè sulla propensione delle imprese ad investire e sulla dinamica dei consumi delle famiglie (travolti dall’impatto negativo dei tagli della legge finanziaria, che si riflette sui servizi pubblici, sulla ricerca, sulla scuola, sul mondo delle imprese, sulle famiglie, in un breve, sulla competitività e la coesione dell’intero paese).

 

Tale riflessione deve, inoltre tenere conto che il flusso delle risorse dell’Unione Europea a favore delle politiche di coesione si va via via riducendo in maniera sostanziale, ed imporrà un ulteriore sforzo nel praticare politiche di selezione restrittive, indirizzate al raggiungimento degli obiettivi che caratterizzano le scelte di politica regionale sull’efficacia reale.

Questo è preteso non soltanto da una nuova disposizione comunitaria ma anche da quella scarsità di risorse che impone di avere anche dei volani economici che, attraverso i fondi rotativi, permetteranno di andare oltre la frontiera temporale e la cessazione di interventi comunitari che si è cominciata a realizzare da gennaio 2007.

Di questa nuova impostazione tutti devono essere partecipi, comprese le imprese cooperative, che hanno fatto scelte qualificanti ed anche difficili nei diversi momenti della propria esistenza proprio per tutelare gli associati e le loro famiglie.

 

Tutto ciò significa che occorre tenere in grande considerazione i temi legati alla competitività dei sistemi territoriali, delle comunità locali e regionali, dove il concetto di competitività non rinvia soltanto alle questioni economiche. Vi è cioè la necessità di avviare e promuovere nuovi Patti per lo sviluppo tra vari soggetti i quali, per essere efficaci, non devono limitarsi soltanto a delineare futuri scenari ed obiettivi ma descrivere e proporre strumenti, responsabilizzare i soggetti stessi che sono deputati a realizzare quegli obiettivi ed avviare una nuova fase della concertazione dove l’etica della responsabilità è un tutt’uno con i risultati che si intendono raggiungere e con forti politiche pubbliche per lo sviluppo di qualità a disposizione dell’intera società.

 

A tale proposito, l’impresa cooperativa, educando i soci al valore della solidarietà, svolge già una funzione formativa nei confronti di tutta la società. Basti pensare a come il riferimento a valori etici in economia ha trovato, negli anni recenti, una crescente accoglienza ed il concetto di responsabilità sociale dell’impresa (CSR) è oggi comunemente accettato (ma vi è ancora molta strada da fare per una sua ampia applicazione) mentre esso è da sempre patrimonio della realtà cooperativa.

Vi sono infatti esperienze di grande interesse nel mondo della cooperazione che possono già dare un contributo importante all’individuazione di modalità innovative (solidali e negoziate) nello svolgimento dell’attività economica. Ed è anche per questo motivo che può essere di grande utilità informare e divulgare strumenti (come la partecipazione azionaria dei lavoratori all’impresa, la flessibilità della governance, ecc.) che hanno una lunga tradizione e una sperimentata efficacia in termini di inclusione sociale (favorendo l’ingresso nel mercato del lavoro, agevolazioni per l’accesso al credito ed all’acquisto di una casa, fruibilità di servizi sociali, ecc.).

La cooperazione che con la peculiarità della sua organizzazione imprenditoriale, ed operando con le sue imprese in tutti i campi delle attività produttive – cultura e istruzione, agricoltura, ambiente e cura della persona in alimentazione e salute, turismo, manifattura, ambiente, servizi per la logistica, trasporto, movimentazione delle merci e servizi alla persona, sicurezza e giustizia, ecc. - assume un carattere di trasversalità (oltre ad un radicamento territoriale) nel sistema economico produttivo nazionale che ne rende significativo il ruolo anche in funzione del sistema di garanzie delle politiche da attuare in un prossimo futuro per affrontare le sfide dell’internazionalizzazione, rese ancor più impegnative con l’allargamento dell’Unione Europea.

 

È importante allora:

 

-     sensibilizzare alla ed ampliare la conoscenza delle politiche occupazionali e di protezione/inclusione sociale italiane ed europee da una parte, promuovendo e coinvolgendo in un ampio dibattito, sulle future sfide che attendono l’Europa, l’Italia e le comunità locali, gli stakeholders (cittadini, emarginati, poveri, ecc.) ed i differenti attori-chiave che agiscono - a livello transnazionale, nazionale e locale/regionale - nell’area della cura alla persona, del disagio e dell’emarginazione ed anche enti pubblici e privati, soggetti economici, sindacati, ecc.; dall’altra, favorendo i processi di coordinamento di tali politiche (OMC[5]).

-     sensibilizzare partner di esperienza internazionale e nazionale, e a vari livelli[6], a creare sinergie capaci di azioni di impatto transnazionale ma anche di implementazione locale (con un coinvolgimento più diretto del territorio, di enti locali e gruppi target)

-     far incontrare quanti vivono l’esperienza cooperativa e quella della emarginazione sociale (mondo associativo, addetti ai lavori, cittadini “esclusi”, ecc.) per fornire ad altri l’opportunità di utilizzare e capitalizzare la cooperazione in quanto strumento di integrazione e coesione sociale nei propri ambiti e settori di intervento/appartenenza (produttivi, economici, culturali, sociali)

-     promuovere uno scambio di conoscenze e buone pratiche (mainstreaming) nell’ambito di una definita strategia di inclusione/protezione sociale ed occupazionale considerando che “l'occupazione è un fattore determinante di inclusione sociale, non solo perché produce reddito, ma anche perché può promuovere partecipazione sociale e sviluppo personale, nonché contribuire al mantenimento di un tenore di vita adeguato durante la vecchiaia attraverso la maturazione di diritti a prestazioni pensionistiche”[7].

 

Anche in Italia (livello nazionale), con la riforma del diritto societario (2001) si riconosce la cooperazione meritevole di tutela in quanto caratterizzata dalla mutualità e dall’assenza di speculazione.

La valorizzazione del carattere imprenditoriale della società, l’ampliamento degli ambiti dell’autonomia statutaria e l’adeguamento della struttura finanziaria alle esigenze del mercato, non fanno altro che favorire il valore sociale di una società che partecipa allo sviluppo, alla pari di altre società di capitali, ma con il valore aggiunto in più del capitale sociale (la funzione sociale sancita dall’articolo 45 della Costituzione già richiamato).

 

C’è poi da considerare che, anche a livello comunitario, questa consapevolezza ha assunto un peso e una rilevanza significativa tale da condizionare positivamente le politiche degli stati membri e più in generale la comunità internazionale.

Nel luglio del 2003 l’Unione Europea ha infatti approvato lo statuto della Società Cooperativa Europea (SCE[8]), che prevede la possibilità di costituire società cooperative con soci appartenenti a differenti stati dell’Unione. È stato così regolamentato il quadro giuridico entro cui le imprese svolgono la propria attività, salvaguardando la specificità dei principi cooperativi e riconoscendo alla cooperazione un ruolo nel sistema europeo come soggetto attivo per lo sviluppo economico, strumento importante per facilitare i processi di integrazione e coesione sociale oltre che prezioso elemento di solidarietà.

 

La strategia da adottare deve dunque ispirarsi alla considerazione che “molti Stati membri hanno rafforzato … le misure istituzionali mirate ad integrare la povertà e l’emarginazione sociale nel processo decisionale a livello nazionale” dando una “enfasi assai maggiore alla necessità di estendere il processo ai livelli regionale e locale”[9]. Questa esigenza deve ispirare azioni che, intervenendo sulle contraddizioni sociali e territoriali che ostacolano il processo di inserimento socio-lavorativo dei soggetti discriminati, riflettano ed “estendano” i processi decisionali dal nazionale al locale e consolidino i programmi e le azioni di sistema di inclusione (problematica non risolvibile unicamente nell’approdo lavorativo: “parallelamente alla politica occupazionale … si deve riconoscere l'importanza di altri fattori quali l'edilizia abitativa, l'istruzione, la sanità, l'informazione e la comunicazione, la mobilità, la sicurezza e la giustizia, il tempo libero e la cultura”)[10].

 

In questa ottica si colloca la diffusione di principi e valori legati al mondo della cooperazione (democrazia partecipativa, microimprenditorialità, ecc.) che può:

 

§     produrre effetti di creazione di capitale sociale ed inclusione grazie ad attività di comunicazione e negoziazione tra più soggetti utili all'istituirsi di sistemi relazionali di tipo reticolare (“Patti per lo sviluppo”).

§    stimolare uno sviluppo di qualità, incoraggiando la diffusione di comunità di pratica, intese come forme di auto-apprendimento delle  organizzazioni e delle persone che consentono un'alternativa alla formazione formale ed in cui i soggetti valorizzano ed inter-scambiano i propri saperi (conoscenze) ed instaurano legami di fiducia reciproca

§    rafforzare la coesione territoriale contribuendo a valorizzare e potenziare la capacità della comunità stessa (mondo economico, società civile e pubblici servizi) di ridurre il disagio sociale mettendola nelle condizioni di fronteggiarlo grazie ad una più diffusa economia sociale, un migliore rapporto fra stato e cittadino, una migliore gestione dei servizi sociali, con fenomeni di imprenditorialità diffusa e micro-imprenditorialità

§    aiutare a superare discriminazione ed esclusione sociale inducendo comportamenti “virtuosi” e proponendo soluzioni da utilizzare per costruire/migliorare le teorie sui meccanismi che regolano le politiche pubbliche e per contribuire alla innovazione delle strategie di occupabilità e delle politiche di inclusione sociale

§    indicare/far emergere nuovi dispositivi di inclusione capaci di rilevare le competenze presenti nel territorio, renderle visibili e gestirle in maniera dinamica (valorizzando le competenze possedute dai gruppi target nell’ottica di un reinserimento socio-lavorativo)

§    favorire l’integrazione tra sistemi (lavoro, formazione, politiche pubbliche) e soggetti nella attuazione delle politiche, della cooperazione e del coordinamento delle azioni.

 

Costituendosi come cassa di risonanza sul presente (competenze disponibili) e sul necessario (competenze che servono) la cultura cooperativa può indicare nuove strategie per la progettazione e la realizzazione di interventi e politiche futuri più mirati, mantenendo viva una riflessione sulla mobilità del lavoro e sulle modalità adottate, suggerendo processi di cooperazione interterritoriale e contribuendo  in modo efficace alla costruzione di un ambiente maggiormente favorevole per costruire una nuova conoscenza tra mondo dello discriminazione, mondo imprenditoriale e società.

 

Nell’ottica dei processi di inclusione sociale il sistema cooperativo può dunque essere uno dei punti di partenza in quanto microcosmo che opera in tutti i territori nazionale “a livello locale” e trasversalmente in tutti i settori produttivi e che risente quindi di tutti gli stimoli esterni e di tutte le difficoltà che, in particolare negli ultimi anni, stanno condizionando in modo più o meno forte le performance dei sistemi regionali. D’altra parte alcune differenze di rilievo tra imprese non cooperative e cooperative si riferiscono proprio alla natura intrinseca di queste ultime ovvero all’adozione del principio della mutualità, in base al quale le imprese operano principalmente per creare benefici nei confronti dei soci-utenti, dei soci-lavoratori, dei soci-produttori.

 


[1] COM(2005)14 definitivo. Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni. Progetto di relazione congiunta sulla protezione sociale e l'inclusione sociale {SEC(2005)69}

[2] Si consideri, ad esempio, che nel corso della 96° Conferenza internazionale del lavoro (giugno 2007, Ginevra), l’ILO  ha così definito la situazione italiana: «Con il pretesto della flessibilità per modernizzare il mercato del lavoro, la legge 30 del 2003 ha creato una situazione di precarietà preoccupante. Secondo le statistiche ufficiali, i contratti a termine so­no diventati quasi l'unico modo che hanno i giovani di trovare un impiego ma poi è raro che questi si traducano in lavori stabili, con un rapporto. di uno a 25. Stanno aumentando le distorsioni del mercato del lavoro, specialmente nel sud del paese dove la diminuzione del tasso di occupazione ha raggiunto livelli allarmanti» (vedi anche http://pt-br.wordpress.com/tag/precarieta/ e  “La «legge 30» condannata anche dall’Onu” di Vittorio Longhi - il manifesto, 16 ottobre 2007)

[3] (Art. 45) La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l'incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità.

[4] Di questo si è fatta portatrice, in particolare, la cooperazione sociale che ha contribuito a fare superare la dicotomia fra pubblico e privato e posto le basi per una sussidiarietà anche di carattere orizzontale, dove il ruolo dei cittadini e delle formazioni sociali è valorizzato a concorrere e a dare risposte alla crescente domanda di beni e servizi di interesse collettivo.

[5] COM(2004) 488 final 2004/0158 (COD) Proposal for a Decision of the European Parliament And Of The Council Establishing a Community Programme for Employment and Social Solidarity – Progress (presented by the Commission) ( SEC(2004) 936 }

[6] Proprio la strategia del metodo aperto di coordinamento (OMC) garantisce le specifiche competenze tra i diversi livelli di governo – locale, nazionale, europeo - e preserva le responsabilità degli attori in una cornice di obiettivi ed impegni condivisi tra l'amministrazione centrale, le regioni e le autorità locali

[7] COM(2005)14 definitivo. Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni. Progetto di relazione congiunta sulla protezione sociale e l'inclusione sociale {SEC(2005)69}

[8] Regolamento (CE) N. 1435/2003 del Consiglio del 22 luglio 2003 relativo allo statuto della Società cooperativa europea (SCE)

[9] COM(2003)773 def.

[10] Consiglio UE – 25.11.02 (29.11) (OR. en) 14164/1/02 REV 1 SOC 508